Dasvidania Micam


Sono in totale 41.900 gli operatori del settore che hanno visitato MICAM ShoEvent, la manifestazione fieristica dedicata alle calzature di livello alto e medio-alto. Russia e paesi dell'ex Repubblica Sovietica, ma anche Giappone, Nord Europa, Spagna e Grecia sono i paesi che si sono distinti come le maggiori aree di provenienza dei 21.150 operatori stranieri che hanno visitato Micam. "Con queste edizione – commenta il presidente dell’Associazione Nazionale Calzaturifici Italiani Vito Artioli - Micam si conferma come il più importante appuntamento al mondo dedicato al business calzaturiero. Se guardiamo ai numeri riferiti ai visitatori, infatti, vediamo che la leggera flessione rispetto ai dati di un anno fa è ampiamente controbilanciata dalla qualità dei buyer che ancora una volta hanno scelto la nostra manifestazione per pianificare il pacchetto di ordini e assicurarsi le collezioni che saranno i must della prossima stagione". "In un momento di certo non facile per il nostro settore e di difficoltà per i mercati internazionali – sottolinea ancora il presidente Artioli – la presenza dei compratori stranieri è lo specchio dell’importanza di questo momento fieristico. A maggior ragione se consideriamo il posizionamento su giornate che vanno dal mercoledì al sabato, che ha generato automaticamente una selezione dei buyer a favore della qualità piuttosto che della quantità, che resta comunque assolutamente ragguardevole e soddisfacente. Siamo l'ultima fiera di settore nel calendario, questo ci ha sicuramente premiati e le aziende hanno chiuso qui la stagione di vendita con un sentiment positivo". Grandi protagoniste delle giornate di milanesi sono state le 1.672 aziende espositrici, di cui 574 straniere, con le loro collezioni per la moda della calzatura dedicate all’uomo, alla donna o al bambino. Legate dal fil rouge della qualità e dell'alto valore aggiunto in termini di creatività e ricerca, le proposte di Micam ShoEvent hanno dettato le tendenze per la primavera-estate 2009. Sul fronte dei numeri non si può parlare di una congiuntura particolarmente favorevole, ma il settore calzaturiero sembra affrontare bene i venti di crisi che, da ormai diversi mesi, spirano sui mercati internazionali. Sono fortunatamente lontani i tempi del quinquennio terribile della crisi del settore degli anni 2001-2005. Il protrarsi di alcuni fattori di crisi come il prezzo record del petrolio, il cambio del dollaro ai minimi, la fase di debolezza dell'economia americana, la bolla immobiliare e la crisi dei mutui subprime, le pressioni inflazionistiche provenienti dalle materie prime energetiche e alimentari, non poteva che impedire il rilancio che sembrava profilarsi all’inizio dello scorso anno. "I primi dati congiunturali per il 2008 confermano il carattere sostanzialmente interlocutorio già rilevato nell’anno precedente e rinviano ancora l’auspicabile arrivo di segnali forti di cambiamento radicale – afferma Vito Artioli, presidente di Anci, l’Associazione Nazionale Calzaturifici Italiani - I fattori di crisi, partiti in ambito finanziario, stanno contagiando l’economia reale e oggi più che mai occorre una riflessione su come un eccesso di scelte iper-speculative, soprattutto da parte delle grandi banche internazionali, e americane in particolare, stia avendo un impatto molto grande sui settori manifatturieri con forte propensione all’esportazione. Per questa ragione, il galleggiamento del nostro settore non può certo accontentarci, ma comprendiamo che siamo di fronte, dopo gli anni di ristrutturazione che hanno affrontato le nostre aziende, a problemi che hanno una dimensione globale e che esulano quindi dalla specificità settoriale”. L’analisi delle medie nasconde peraltro andamenti differenziati per mercati di sbocco, per comparti e per imprese: a fianco di mercati, comparti e imprese che registrano buoni andamenti, si sostanziano anche tendenze opposte. I dati Istat di interscambio commerciale riferiti ai primi cinque mesi dell’anno ed elaborati dall’Ufficio Studi di Anci, mostrano che l’export è sceso a 107,6 milioni di paia (6,9 milioni in meno rispetto all’analogo periodo del 2007, -6%) per un valore di 2.890 milioni di euro, comprendendo come sempre in tali cifre sia la vendita sui mercati esteri di produzione realizzata in Italia che le operazioni di pura commercializzazione. Rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente si registra un aumento non trascurabile in valore del 3,2%, con prezzi medi cresciuti del 9,9%. A questo primo elemento contrastante nel segno congiunturale si aggiungono gli andamenti riferiti ai paesi. Pesanti flessioni in quantità (accompagnate da cali più contenuti in termini di valore) si sono registrate nei principali paesi industrializzati, che vivono ormai un clima depressivo dei consumi in generale: Germania (-17% in volume), Francia (-14,4%), Regno Unito (-21%). “Anche il calo del 23% in quantità degli Usa – sottolinea il presidente di Anci - è accompagnato dall’incremento di ben il 14,7% del prezzo medio: dunque gli acquirenti diminuiscono – per ragioni tutte riconducibili alla politica interna americana – ma chi acquista lo fa per la percezione dell’alto valore del prodotto italiano e quindi aumenta la propensione ad una maggiore spesa unitaria. In questo dato c’è sia l’effetto della crisi, sia la grande capacità di reazione e la forza competitiva delle imprese italiane.” Andamenti favorevoli hanno invece caratterizzato le vendite in Svizzera (+13,4% in volume), in Spagna (+5%), in Grecia (+13%) e nei Paesi dell’Est Europa e della Csi, trascinati ancora una volta dalla Russia (+9,5% in quantità e +21% in valore), che si conferma il quarto mercato di destinazione in valore.
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